Quale tempo ci darà ragione


 

Porre una domanda vuol dire invitare i destinatari della stessa a rispondere seguendo un percorso che mette in movimento le facoltà intellettive per individuare la replica che possa esaudirla.

L’inizio del percorso, non a caso, parte dal XX secolo, fino a giungere ai nostri giorni, coltivando la speranza, ormai un po’ delusa, di trovare una risposta a questa domanda che oggi ci poniamo, per pietà del pensiero dell’uomo, che, umiliato dal trascorrere del tempo, non riesce ancora a trovare un qualcosa di proporzionato e significativo ai propri problemi dopo l’esperienza di un secolo di storia. Seppure turbinosa, non si riesce a smentirla seriamente soprattutto per il fatto che poco è cambiato, dopo cento e più anni, sul destino dell’uomo. Nonostante le strade fossero state trasformate in autostrade e con esse la diversità dei veicoli e della velocità e giunti all’invasione aerea dei cieli, non si sono avuti cambiamenti di rilievo sul destino dell’Uomo, perché le problematiche sono rimaste identiche, come se il racconto della storia fosse un falso epocale, che ha ingenerato in ognuno di noi un concetto di tempo inspiegabile, allo stesso modo di come diceva S. Agostino:

 “ Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede non lo so più.”[Agostino – Le Confessioni]

Quell’inizio del XX secolo vide le masse organizzarsi per fronteggiare la seconda rivoluzione industriale, finita negli anni 70, con l’introduzione dell’informatica, dell’elettronica e l’inizio della terza rivoluzione, che coniò quel suffisso di “ismi”, il finale della radice di tutte le ideologie, le più disparate, le più diverse, come: liberalismo, socialismo, comunismo, fascismo, in economia, capitalismo e sindacalismo, nella letteratura, positivismo e decadentismo, ed anche nella strategia militare, interventismo e neutralismo, quest’ultimi ci portarono alla prima guerra mondiale e subito dopo all’era fascista con Mussolini, al nazismo di Hitler, al falangismo di Francisco Franco e, ancora prima, al comunismo di Lenin. Vent’anni di fascismo per consegnarci alla seconda guerra mondiale, più micidiale della prima, dove i valori in gioco non avevano fatto sconti ne per l’una e neanche per l’altra parte, poi la conclusione, con l’uso della bomba atomica e la ripartenza rivoluzionaria dei vincitori. Con la ricostruzione, con i nuovi consumi, con il nascere di nuovi costumi, con le contestazioni giovanili del 68, con il femminismo e la rivoluzione sessuale si andò anche alla conquista dello spazio. Essa iniziò con lo Sputnik, con il lancio della cagnetta Lajka e poi del primo uomo, Yuri Gagarin, ed infine con il cosiddetto Space Shuttle, utilizzato come un aereo per andare e tornare dallo spazio e dalla luna per più di una volta, facendo guadagnare il primato tecnologico ad America ed Europa per la loro costruzione e permettendo, con l’introduzione della telematica e dell’informatica, l’uso planetario di internet e la diffusione delle comunicazioni satellitari, che, con l’uso dei telefonini, ha reso nulle le distanze fra le persone.

A tutto ciò si è affiancata la controcultura come immagine del successo, della fama e della celebrità che conteneva e portava con sé quell’ansia di assolutismo, bruciato sul tavolo del gioco politico, partita giocata troppo in fretta, contesa fra l’èlite della società e la società di massa, sconfiggendo quella società èlitaria con strumenti che produssero esiti imprevedibili, come l’arte d’avanguardia, la droga, la divinità del dio denaro e la sostituzione precipitosa della quantità sulla qualità. Venne assegnato, così, all’economia, attraverso il metro dei mercati, la misura di tutti i sistemi politici, democratici e non, venne sforata persino la legge dei tre settori dell’economia di Colin Clark e consegnata la crescita e lo sviluppo della società all’accumulo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche che, attraverso le innovazioni, hanno accelerato progressivamente tutti i settori industriali, fino a giungere alla globalizzazione dei mercati del mondo, che ancora oggi lo suddivide con la ricchezza dei pochi e la povertà dei molti, rimandandoci indietro ad epoche lontane.

Nonostante tutto si avverte ora, come agli inizi del XX secolo, uno stato d’animo caratterizzato da un senso di disfacimento, quasi ad avvertire la prossimità di un crollo, la fine di una civiltà, il passaggio verso un’altra epoca. Si giudicava e si giudica la classe politica non rappresentativa delle istanze sociali, tanto che la società avverte sempre più una maggiore distanza fra istituzioni e cittadino. Sembra comunque che la misurazione del tempo non sia più l’orologio, perché non si riesce ad uscire dal secolo precedente per imboccare quello nuovo, accorgendosi, ora, che l’umanità vive il riflesso Plavoviano in modo spasmodico. Infatti, associando la democrazia al suono del campanello, nessuno si accorge più che la democrazia qualcuno l’ha portata via, ma, quasi per recidiva furbizia, questo qualcuno continua a suonare il campanello, facendo credere il falso, cioè che la democrazia è nelle nostre mani. Viene dunque ripreso e riportato il suffisso del XX secolo nella realtà odierna, nasce così il “populismo”, quel movimento che, con nuovi sistemi, dice al popolo ciò che il popolo vuol sentirsi dire, suonando soltanto il campanello che non trova più l’associazione con la democrazia. Il paradosso sta nel fatto che il destino dell’uomo viene affidato soltanto a un gioco di parole senza la manifestazione di fatti tangibili. Si approfitta dei bisogni della gente, quasi volutamente creati da parte di chi dirige il vapore, come se ci fosse un ritorno storico, mettendo dentro il calderone politico un frutto misto, proveniente da tutte le contestazioni, che potrebbe sfociare, proprio per la presenza di queste diversità sociali e di pensiero, in forme di autoritarismo molto pericoloso, perché senza il quale si dissolverebbe in un baleno.

C’è dunque chi predice la terza guerra mondiale, il crollo di un sistema che non può reggere più, la scomparsa dei governi nazionali e la gestione del mondo in via telematica, dove ognuno, pressando un bottone, potrebbe ottenere ciò che vuole. Se il concetto di tempo si sposta da quello circolare e naturale verso quello lineare e soggettivo, creato dall’uomo, dove ognuno misura il tempo secondo i propri interessi e secondo le proprie esigenze, ove l’anno solare potrebbe essere rappresentato come il passare di un giorno per qualcuno e per qualche altro soggetto come il passare di un secolo, allora vuol dire che abbiamo perso la bussola ed è necessario riposizionarci tutti insieme e guardare al futuro. Se, invece, il tempo trascorso viene interpretato in modo naturale e circolare, cioè, che ogni ventiquattro ore appare un altro giorno, alla fine di ogni anno, immediatamente, apparirà quello nuovo e cosi via e se la storia si dovesse ripetere come tempo naturale, allora vuol dire che ognuno si dovrà preparare ad un’altra marcia su Roma. Se così non fosse, mi auguro di sbagliare, quale tempo potrà dare ragione al popolo italiano?

di Franco Santangelo

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