Il non voto è un’autotutela?


 

E’ la prima volta, nella storia della democrazia repubblicana che l’elettorato siciliano decida, a maggioranza assoluta, di non andare alle urne. Visti gli interessi primari messi in gioco per i cittadini, in una votazione democratica per eleggere i propri rappresentanti, rilevato da parte del popolo che viene messa in pericolo la dignità della persona umana (continui abusi nelle istituzioni in nome del popolo, rimasti immuni), strumentalizzando e tradendo così il principio di democraticità e moralità della rappresentanza, nulla impedisce l’esercizio del non voto, poiché esso, nella circostanza, rappresenta un diritto alla propria libertà, riconosciuto e garantito dall’art. 2 della Costituzione, che meglio regola il rapporto tra la legge e la libertà di coscienza. In definitiva, non vi è legge che possa mai annullare la libertà di coscienza, poiché quando essa obbietta si manifesta come il tentativo di resistenza dei popoli e dei singoli di fronte a sistemi dispotici o a leggi inique. Ciò trova affermazione nel diritto europeo, proclamato dalla risoluzione di Strasburgo del 19 gennaio 94, che “(…) riconosce nell’obiezione di coscienza un vero e proprio diritto soggettivo, riconosciuto dalla risoluzione 89/59 della commissione per i diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite e che è intimamente connesso all’esercizio delle libertà individuali(…)”.

Resta dunque il problema di conciliare il rispetto della legge con l’obiezione di coscienza, così com’ è nata dalla non espressione di voto dei cittadini, senza dimenticare che l’obiezione di coscienza si configura in modo diverso fra uno Stato totalitario e uno Stato democratico, evidenziando che per il primo la coscienza del cittadino è, per intero, di proprietà dello Stato, al contrario, nello Stato democratico non è imposta adesione incondizionata alle leggi, ma viene al cittadino lasciata la possibilità di riflettere per cambiarle. Accade così che nello stato democratico i cittadini possono sottrarsi al rispetto della legge per casi di coscienza, vedi aborto, l’uso delle armi e quindi il servizio militare che una volta era obbligatorio, la sperimentazione sugli animali, ecc..Dobbiamo dire però che sottrarsi al diritto di voto rappresenta un modo atipico di difesa dei diritti del singolo, il voto è previsto dall’art.48 della Costituzione che, oltre a sancirne il diritto, afferma che votare è un “dovere civico”, ma non prevede alcuna sanzione o richiamo in merito al non voto. Storiograficamente nel 1861, con l’unità d’Italia, votava il 2%, coloro che possedevano un certo reddito, dopo vennero esclusi gli analfabeti. Nel 1919 il diritto di voto fu esteso a tutti gli uomini maggiorenni; il regime fascista lo abolì e solo dopo la resistenza, con la nascita della Repubblica, nel 1946, con il suffragio universale totale vennero ammesse al voto anche le donne. Il voto è un diritto per il cittadino, perché solo ad esso è consentito esprimere un giudizio su ciò che è giusto o sbagliato nella vita dello Stato in cui vive ed è anche un dovere, perché lo Stato è l’insieme dei cittadini ai quali spetta la decisione di operare le scelte migliori per governarlo e decidere del proprio destino.

Vi è la libertà del non voto, cioè dell’astensione, che deve essere vista come autotutela del singolo a non soggiacere a scelte alle quali non si sente vincolato come cittadino. Fino a quando l’astensione dal voto ha avuto una rilevanza minoritaria il problema non si è posto e non si pone, ma quando l’astensionismo si munisce di valenza maggioritaria il discorso cambia, perché viene meno l’investitura dell’autorità di rappresentanza del popolo, assegnata dall’istituzione democratica a esponenti, in tutto e del tutto, aventi soltanto rappresentanza minoritaria che invece nell’esercizio delle proprie funzioni esercitano con regole aventi a presupposto il principio fondamentale di maggioranza che prevale sulla minoranza, entrambe costituite dagli aventi diritto, pena la loro delegittimazione. L’astensione dal voto potrebbe essere assimilabile all’astensione dal lavoro, quando si effettuano scioperi, però, mentre questo diritto previsto dall’art. 40 della Costituzione assegna a questa forma di contestazione un ruolo ben preciso nella trattativa delle parti (datore di lavoro – lavoratore), invece, nel caso di astensione dal voto, specie se maggioritario, il cittadino rimane senza ruolo e senza voce (rapporto Stato – Cittadino). Allora è necessario riconoscere che quando il Cittadino esercita la libertà del non voto lo fa soltanto in autotutela, il legislatore così come ha previsto per i referendum popolari, di renderli nulli e inefficaci, allorchè non raggiungono il quorum del 50%, è necessario che ciò avvenga anche in caso di qualsiasi elezione di rappresentanza.

Se si tiene conto che dalla democrazia antica, fondata sul concetto di uguaglianza, siamo passati alla democrazia moderna, la quale si fonda sul concetto di libertà, tenendo per noi soltanto, in modo marginale, l’istituto del referendum e della petizione popolare come esercizio previsto dalla democrazia antica, mettendo all’angolo la democrazia partecipativa e facendo spazio a quella liberale, col metodo della competizione fra candidati, che permette un sistema di rotazione nelle cariche dello Stato, fra l’altro presente in tutte le democrazie moderne, ciò dovrebbe indurre il legislatore a meglio regolamentare la norma attuativa.

Dunque, per concludere, in Italia dal 1861 avevano diritto al voto soltanto il 2% dei cittadini, lasciando esclusi il 98% dei potenziali elettori, nel 1919 solo gli uomini avevano diritto al voto, rimanendo esclusi il 50% dei cittadini, nel 1946, con il suffragio universale totale, il diritto fu esteso a donne e uomini. Qualsiasi forma di manifestazione democratica si fonda sul principio della maggioranza e della minoranza, elette dalla maggioranza degli elettori. Ora è chiaro che l’astensione è portatrice soltanto di una protesta e non di una proposta e quindi essa, pur essendo maggioritaria, non può avere autorità rappresentativa perché non è propositiva nelle idee e, di conseguenza, di uomini che potrebbero rappresentarla, nulla, di fatto, per questo motivo, può esserle assegnato in ordine a rappresentanze. Neanche la maggioranza della minoranza rappresentativa e propositiva, portatrice di proposte e di uomini, può, per il concetto di democrazia moderna, assegnarsi l’autorità e il diritto al governo del paese…pena, non la violazione di leggi, ma lo stravolgimento di ogni principio democratico, che sancirebbe il passaggio, da scongiurare, da una democrazia reale ad una democrazia utopica, vanificando così la possibilità di tradurre una protesta in proposta e la possibilità negata che una maggioranza protestataria possa diventare maggioranza propositiva, almeno nel breve termine.

di Franco Santangelo

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