Dopo Falcone e Borsellino, quando arriverà la vittoria che porge la chioma…


 

di Franco Santangelo

Al di là della marea di parole degli addetti alle manifestazioni del ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio ho aspettato che si concludesse il cerimoniale delle commemorazioni per la scomparsa di Falcone e Borsellino, iniziate e concluse nello spazio di 57 giorni, come i giorni intercorsi tra il 23 maggio 92 e il 19 luglio dello stesso anno, per fare qualche riflessione. Il numero 57 non è numero rubato alla cabala, ma il tempo di misurazione e di tolleranza che intercorse tra la fine dell’esistenza di Falcone e di Borsellino, comprese le loro scorte e la Morvillo, consorte di Giovanni.

Sia prima che durante i 57 giorni, l’aria che si respirava era il silenzio della solitudine. Mi trovavo a Palermo quel giorno di Venerdì, alle 17, uscendo dalla scuola di aggiornamento per recarmi all’Hotel Ponte per prendere macchina e bagagli, notavo che la gente correva in fretta, non si salutava, (pensai avesse fretta di arrivare a casa), ma non appena salii in macchina per fare ritorno, tutta Palermo fu sommersa dalle sirene di autoambulanze, polizia, carabinieri, polstrada, vigili del fuoco, vigili urbani, ecc. Fui trascinato dal lento fiume del traffico quasi a due-trecento metri dall’imbocco autostradale, dovetti aspettare prima di immettermi in autostrada, volti ignoti, spaventati e impauriti sfilavano davanti a me, che non ero di meno. Tutti gli automobilisti erano con l’autoradio acceso, per catturare qualche notizia. Solo quando entrai in autostrada la prima edizione speciale comunicava le novelle: Strage a Capace, il Magistrato Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini di scorta, assassinati in un vile agguato…

Dopo quello a cui avevo assistito fu naturale sentirmi il viso bagnato, con qualche lacrima che scivolava in basso, fino a quando non giunsi a casa stanco e sfinito per i tanti pensieri che durante il viaggio si erano accavallati. Montava in parallelo, in tutta Italia, la contestazione, il popolo ormai coinvolto in pieno dalla confusione politica, morale e istituzionale, venutasi a creare, esprimeva con facilità giudizi sommari, tipo: ”di tutta l’erba se ne fa un fascio”.

Così passarono 57 giorni, prima di ammazzare Borsellino in Via D’Amelio.

Egli già sapeva di dover morire pèr l’Italia!

…”quelli che mi ammazzeranno saranno mafiosi, i mandanti non sono mafiosi”…

In queste parole non c’è soltanto l’immagine dei colpevoli, ma è racchiusa tutta la storia dall’unità d’Italia alla liberazione del nazi-fascismo, che ancora oggi, senza bisogno di retrologia, lascia intatto un retaggio culturale che si ripropone lontano dalla lotta di liberazione italiana e dagli stessi ideali risorgimentali, ponendo inesorabilmente sull’altare sacrificale della civile Sicilia tante vite umane, come quelle di Falcone e Borsellino, figli di questa terra. Rimane così l’amarezza di vedere il sacrificio dei propri eroi vanificato, fino a quando il popolo siciliano non deciderà di scrivere la propria storia, mentre noi non ci stancheremo di gridare che qualsiasi sacrificio giova alla causa dell’Italia e della nostra Sicilia.

Questi due attentati, feroci fino all’inverosimile, hanno squarciato lo Stato, hanno messo in ginocchio la Repubblica, mentre il popolo spinto dall’indignazione cavalcava “mani pulite”, senza accorgersi che nel silenzio le mafie tessevano le loro azioni criminali di assalto alle istituzioni:

I magistrati subivano la mattanza, la mafia procedeva con ricatti e azioni di corruzione, laddove non riusciva a ricattare e corrompere uccideva ed uccide. I politici che avevano offerto il fianco alla criminalità, per salvarsi, dalle minacce di morte, offrivano i loro servigi a tutte le mafie.

Anziché vedere proseguire la lotta alle mafie, si vede rinascere al culmine di un percorso storico secolare, tutto italiano, quel torbido legame fra istituzioni nazionali e realtà collocate fuori da ogni maturazione civile.

In questi vent’anni, mafia, ‘ndrangheta e camorra hanno fatto di tutto e scorazzato su tutto il territorio italiano, la criminalità doveva rappresentare la vera emergenza italiana, ma viene fuori ad un tratto…il paradosso, ”trattativa fra istituzioni e boss”! Allora l’emergenza è il Parlamento e i poteri esecutivi dello Stato? Dov’è l’Italia? Quell’Italia che sa creare tensione di valori reali! Dov’è il sussulto dell’Italiano che cerca fatti e non parole? Quando arriverà la vittoria che porge la chioma all’Italia? Forse la ragion di Stato (vera o inventata) finirà per sospendere la verità, ma anche la democrazia, visto che siamo l’unica nazione al mondo ad avere un capo di governo nominato.

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