CARTAEPENNA: Tre storie Siciliane La voglia e La gioia di vivere


 

di Franco Santangelo

Cartaepenna è il titolo di tre brevi racconti: “Nerino è scappato” di Mariangela Vacanti; “Ilregalo per Caterina” di Cinzia Farina e “Lerose di zio Peppino” di Fenisia Mirabella, con illustrazioni di Mattia Mentastro, Corrado Cristaldi e Flavio Severino. Le tre storie sono precedute da una magistrale presentazione del Prof. Livio Sossi, docente di storia e letteratura per l’infanzia all’Università degli Studi di Udine e del litorale di Capodistria (Slovenia).

Sossi sostiene che questi tre racconti sono nati nel cuore delle Autrici ed io aggiungo nel cuore della nostra terra, non solo perché Enna è l’ombelico della Sicilia, ma anche perché di Enna sono gli Autori e gli Illustratori. L’ombelico della Sicilia è stato portatore di cultura, specie quando anticamente si diceva “astoria è una u fattu nautru” e di storie, tramite il Pitrè, se ne raccontavano tante.

I racconti che vi sto presentando hanno soggetti differenti l’uno dall’altro, ma la storia è uguale per tutti, è la storia della vita quotidiana, mentre i fatti sono un’altra cosa, rimanendo così coerenti con la nostra cultura e la nostra sicilianità:”a storia è una u fattu nautru”. Debbo confessarvi che l’introdurmi in queste storie per la conoscenza dei fatti mi ha commosso, in quanto questi racconti sono indirizzati ai bambini e chissà, quante volte è prevalso il desiderio di ritornarvi, perché ognuno di noi convive con il bambino che è stato, diceva Freud, in ogni caso i fatti arricchiscono la vita di ognuno, mentre la vita è un’altra cosa. Che cosa? E’ anche quella idea geniale che ha portato le nostre tre Autrici a partorire, dall’ombelico della Sicilia, non con un parto cesareo, ma in modo naturale, tre storie, con dei protagonisti che esistono veramente nella realtà di oggi e che danno loro una piccola possibilità di rivalsa sentimentale di fronte ad un destino che li voleva imprigionati. Qui mi sono accorto che il cuore degli Autori, di cui parla il Prof. Sossi, è direttamente collegato all’orecchio, perché i due organi appaiono in simbiosi tra di loro, un sistema auricolare che percepisce il mondo esterno e lo amalgama alle percezioni dell’interiorità del cuore. Plasmando queste percezioni, nei racconti si coglie una realtà che viene proposta al solo fine di essere letta, sottraendola così alla prigionia del tempo per inviare un segnale al mondo che, accorgendosi di una realtà in sofferenza, portatrice e ricca di valori innati e universali, scopra in questi frangenti di vita come l’amore possa produrre la sua catarsi. Certo, non riesco ancora a dare una definizione precisa di che cosa sia l’amore, pur essendomi posto più volte questa domanda, vorrei che anche altri se la ponessero e scoprire, ogni giorno, cosa c’è nel più grande sentimento che esiste al mondo. Radio Capodistria il 17 gennaio c.a. ha parlato di questo volume nel contesto di una trasmissione, “Dorothy & Alice”, rubrica di informazione sulla letteratura giovanile, condotta dallo stesso Livio Sossi e con la partecipazione di Corrado Cristaldi, colui che ha curato il progetto di “cartaepenna”. Questa operazione è nata per sostenere l’AISM, Associazione Italiana Sclerosi Multipla, l’edizione del volume è stata affidata all’editrice, EditOpera di Enna. “…la scrittura è vita e può salvare la vita”, sostiene Sossi, tale obiettivo si può raggiungere anche attraverso una donazione all’AISM e alla FISM, la Fondazione che finanzia la ricerca scientifica per scoprire le cause della malattia.

Questi racconti non possono essere confusi con le favole, che hanno la particolarità di voler trasmettere, nella loro brevità, una morale o assegnare a degli animali delle qualità umane. Non si tratta neanche di fiabe perché non vi sono streghe e neanche orchi e in nessun caso si fa ricorso alla magia. Il racconto di “Nerino è scappato”, di Mariangela Vacanti, è la storia di un ragazzino affetto da sclerosi multipla, una storia tutta metropolitana, fatta di emozioni e di complicità fra il ragazzo e il gatto, qual è appunto Nerino. Esso è un racconto vero che vive perennemente nella realtà metropolitana, dove lo spettro della solitudine è più marcato, specie quando l’isolamento nasce dalla diversità, perché portatori di una malattia. Si intravede, invece, il racconto fiabesco nel “Il regalo per Caterina”, di Cinzia Farina che, attraverso l’inserimento della fiaba di Cola Pesce, nata dalla tradizione orale siciliana, mette in evidenza una serie di percorsi, con giochi di parole che arricchiscono il vocabolario del bambino e facilitano il tema della formazione e del rapporto ragazzo-adulto. Fenisia Mirabella, autrice di “Le rose di zio Peppino”, sceglie una lettera, quale strumento per la narrazione di una storia vera, nata in un campo di concentramento. Essa da una parte trasmette ai giovani un frammento di memoria storica e dall’altra la fantasia, come libertà di pensiero che spesso, girovagando in silenzio e inosservata nella nostra mente, suggerisce strade rappresentanti l’unica salvezza per l’uomo.

Il gatto Nerino, di Mariangela Vacanti, di notte era scappato da casa ma i suoi ex amici, Ruffo, Occhiospento, Tigromanto e Codamozza, avevano marcato il territorio come fanno tutti gli animali, non volevano vederlo in giro, gli avevano sbarrato la strada e nel silenzio della notte miagolavano non per aggiudicarsi la possibilità di accoppiarsi, ma per avere il predominio del territorio. Povero Nerino, i suoi ex amici volevano ammazzarlo, fra miagolii, gridi e soffi chiuse gli occhi per lo spavento, ma quando li riaprì si sentì miracolato nel vedere Mattia, il suo vero amico, scagliare la stampella contro i suoi nemici, costringendoli a darsela a gambe e salvargli così la vita per la seconda volta. Mattia e Nerino si guardarono e con un linguaggio misterioso, che solo gli amici conoscono, si dissero di non lasciarsi più.

Cinzia Farina affida a due dei suoi personaggi, la zia e la nonna di Nicola, un gioco di parole. Esso inizia con l’invenzione di vocaboli, come piribò e spapù, il vero passatempo della nonna e continua, ad opera della zia, con la riduzione del vero nome di Nicola, in Cola, riferito a Cola Pesce, il personaggio della leggenda siciliana. Ti posso chiamare Cola? Come non accettare tale proposta di mia zia Sina, la zia preferita, quella che mi fa sentire come lei, grande e importante. A me non piace la scuola, ma piace molto sapere tutte queste cose. Io abito a Torino e quando vengo a trovare i nonni è come vedere i Greci e i Latini, gli arabi e i normanni, i francesi e gli spagnoli, poi questo Cola Pesce, che recuperava tesori e indicava la rotta ai naviganti per evitare i vortici di Scilla e Cariddi, mi piace. Se la zia mi chiama Cola, mi piace davvero, ora che ho conosciuto Caterina al mare, nella piazzetta vicino le barche, lei che mi ascolta, mi guarda e sorride come se mi volesse bene, non come le femmine della mia classe, tutte superbiose, sempre pronte a prendermi in giro…peccato che Cola Pesce morì per i capricci di un re di Sicilia. L’autrice prosegue in modo diretto, mettendo in mostra il linguaggio acerbo, quale potrebbe essere quello di un bambino, senza mai forzare pensieri e azioni, mantenendo tutto il profumo di una fanciullezza che, sebbene compromessa dalla malattia, si affida al valore delle parole, delle belle parole, alle parole d’amore che fanno il più bel regalo a Caterina, che proprio perché scritte non scappano, come gli auguri di Buon Natale.

Fenisia Mirabella si affida ad una lettera scritta in un campo di prigionia, è vera la lettera, ma è vero anche il racconto di Giuseppe Foresta di Adrano, matricola 136949, sopravvissuto alla prigionia nel campo di concentramento di Altengrabow, in Germania, tornato a casa alla fine del 1945.

La lettera inizia così: “carissima sposa”, sembra una fiaba e come tutte le fiabe ha un lieto fine, ma non inizia con la celebre introduzione delle fiabe, c’era una volta…chi scrive lettere sa in quante occasioni si utilizza il termine carissima o carissimo, spesso in modo protocollare, ripetitivo, senza dare tanta importanza a questo aggettivo, adoperato per richiamare il valore di un oggetto ma anche e soprattutto di un sentimento, come in questo racconto. Al sentimento che il prigioniero nutre verso la propria metà affida il disagio che si prova stando in un campo di prigionia, dove l’aria che si respira si fa sempre più rarefatta e il cuore sembra ormai un pugno di pietra. Batte? Si, batte! Batte e fa male…Qui la fantasia è l’unica salvezza, la fantasia di Giuseppe, come una calamita, si richiama alla terra nera di Adrano, agli agrumeti, al profumo che emanano i campi, al sapore delle arance, al gelsomino importato dagli arabi, all’Etna bianca e maestosa, egli forse ignora che quanto più si percepisce la morte tanto più il cervello fa un percorso a ritroso, andando verso l’origine. Tutto odora di morte e, percependo questa realtà, si interroga: come può vivere la casa della vita in mezzo alla morte? Come fanno a restare dentro di noi i ricordi perfetti delle cose e delle persone? Quel luogo di morte viene superato dalla fantasia anche quando vede un roseto distrutto, dove più che a prevalere la bellezza delle rose prevale la ruvidezza delle spine. Nonostante ciò pensa alle rose rosse, gialle, bianche, a quelle lasciate nella sua terra all’inizio della trazzera, accanto alla gebbia, vicino al muro di casa, scopre così che le rose di Sicilia sono uguali a quelle della Germania. Da buon contadino sa che la natura è fatta d’attesa, ma la sua attesa è anche per la fine della guerra. La fame non fa capire più niente, diminuiscono le fila di uomini, donne e bambini, nel roseto ingrossano i bottoni delle rose e, sorpreso, mentre li osserva, viene frustato. Tanta paura, anch’io aspetto la morte, questo il racconto fatto alla sua amata donna. Il destino della sorte però volle che i tedeschi cercassero qualcuno che potasse le rose ed io, pur non capendo la lingua, alzai la mano, credevo che quello fosse un modo gentile per ammazzarmi, invece mi spogliarono, mi disinfettarono, mi vestirono per bene, mi rifocillarono e dopo mi mandarono a colloquio con il capo. Peppino fece, così, di quel luogo di morte un luogo di vita e, quando la guerra finì, tornò a mangiare le arance di Sicilia, a vedere l’Etna, a respirare e sentire il profumo della sua terra, ad abbracciare la sua donna.

Questi racconti, corredati dalle illustrazioni di Mattia Mentastro, Corrado Cristaldi e Flavio Severino, rendono l’opera pregevole, immagini che riducono piacevolmente l’esperienza dell’immaginario soggettivo per proporre un immaginario uguale per tutti, sia quando a farla da padroni sono i gatti, nemici di Nerino, sia quando viene fotografata la leggenda di Cola Pesce, innestata nel racconto di Nicola. Infine, è difficile rappresentare la guerra e i campi di concentramento ai bambini, ma l’Autore, Flavio Severino, ha il pregio di avere messo in primo piano la figura dei soldati, di avere lasciato in uno sfondo nebbioso tutto il resto e di avere rappresentato le rose di zio Peppino con un gambo di filo spinato, il filo spinato del campo di concentramento, delle trincee, delle trincee di tutte le guerre.

Concludendo si può dire che Nerino, aprendo gli occhi ritrova Mattia il salvatore, Nicola nel giorno di Natale riscopre il valore delle belle parole per Caterina, Giuseppe, proprio quando credeva di morire, rinasce e ritorna dalla sua donna. Così raccontate, queste storie sembrano l’alba dell’amicizia, della festa della vita e della resurrezione, con un denominatore comune, la voglia e la gioia di vivere.

Pubblicità