IL RITORNO DI PLATONE PER LA POLITICA CHE NON C’E’


 

Le voci filosofiche del nostro tempo – Percorsi di una cultura socio – politica

Autore:Salvatore Latora – Editrice Pellegrini – Cosenza, 2010-pp.208- €.14,00

Salvatore Latora, nato a Regalbuto in provincia di Enna, laureatosi in filosofia nell’ università di Catania, discepolo del filosofo nicosiano Vincenzo La Via, docente universitario di filosofia teoretica, alla cui scuola si è formato, collaborando anche alla rivista “Teoresi”.

E’ stato docente di Filosofia e Storia in diversi licei dell’interland Etneo, ha insegnato Filosofia e Storia della Chiesa a Catania, nello Studio Teologico S. Paolo e nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Luca”.

Ha ricoperto, per diversi anni, la carica di presidente della sezione catanese dell’Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi (U.C.I.I.M.). Oltre a svolgere l’attività d’insegnamento ha collaborato, con articoli e saggi, a parecchie riviste specialistiche; diversi suoi contributi fanno parte della pubblicazione degli atti relativi a convegni regionali e nazionale, la più recente sua pubblicazione porta il titolo:”Vocazione universale alla santità in Mario e Luigi Sturzo”.

In questa opera,” Le voci della filosofia del nostro tempo – percorsi di una cultura socio politica”, oltre a collegarsi agli studiosi della filosofia moderna, con richiami alla tradizione classico-cristiana, ripercorre il pensiero di Platone, di Plotino e di Agostino per riformulare le linee costitutive dell’umanesimo interiore e proporlo, come modello nuovo ai giovani, in alternativa alle beghe della politica che interessano il nostro mondo, rivalutando, così, l’uomo nella riconquista della sua centralità nell’universo.

  •  Il potere delle parole

Latora non poteva non iniziare il suo discorso senza parlare di Platone, il Platone politico che, riscontrando ingiustizie nel governo della polis, si prodigò per sostituire i governanti, ma sorpreso dalle risultanze, giunse all’amara conclusione: “Mi accorsi però che in breve tempo quegli uomini fecero sembrare oro il precedente regime politico”; pensiero che corre dritto e parallelo con le vicende politiche che l’Italia e l’Europa vivono da quasi un ventennio.

Per questa delusione Platone interrogò Socrate, suo amico e maestro, affermando entrambi che tutte le città erano mal governate e solo uomini giusti, come i filosofi, avrebbero potuto cambiare tale realtà. Non tutti però lo ritennero credibile ed ebbe vergogna quando lo fecero apparire “un uomo capace solo di parole!”.

Questa esperienza costò la vita all’amico Socrate, processato, condannato ed ucciso con la cicuta dai nuovi politici. Egli, che solo con il potere delle parole aveva insegnato filosofia a tanti discepoli, con la sua morte segnò il pensiero Platonico che, da quel momento, costantemente mirò alla formazione di uno stato strutturato in modo da respingere ingiustizia e corruzione e modificarlo con la prassi dell’essere filosofo e cittadino mediante l’individuazione di regole del pubblico convivere.

Latora si interroga sul significato storico e politico attuale delle tesi Platoniche e richiama l’esperienza di Simone Weil, icona della filosofia moderna, che ha esplicitato il proprio pensiero fino al sacrificio della vita e ha operato il recupero di Platone, individuando nella saggezza precristiana, ritrovata nei vangeli, il messaggio che dal “male non può nascere il bene”, messaggio arrivato ai nostri giorni in modo immutato.

Latora non poteva non collegarsi anche alla “sociologia storicistica” di Luigi Sturzo, che riconduce la natura della società umana alla famiglia monogamica e all’”apocalittica messianica” di Sergio Quinzio, che opera un accostamento non facile alla filosofia, consegnando ai filosofi una nuova prospettiva testimoniale, in questo tempo che vorrebbe celebrare con le nuove scoperte tecnologiche la “fine della filosofia e il compito del pensiero”, così come anticipa il breve saggio di Heidegger (in Tempo e Essere, Ed. Guida,1980). Non vengono trascurati altri pensatori come Hannah Arendt, studiosa della natura del potere, della politica, dell’autorità e del totalitarismo, la quale giunge alla conclusione che i regimi totalitari hanno scoperto, in modo inconsapevole, che i crimini non possono essere né perdonati e né puniti perché sono il male assoluto, non comprensibile neanche dalla comune malvagità dell’essere umano, richiama altri pensatori e fra questi Noberto Bobbio. Si intravede in tutto questo dialogare come il potere delle parole sia l’arma della filosofia pura, socratica, che spesso giova a nutrire l’etica nell’esercizio della politica.

  •  Le parole del potere

Benedetto Croce (Ministro del governo Giolitti) e Giovanni Gentile (Ministro di Mussolini), passati dalla grande amicizia al dissidio, furono i filosofi che dalle poltrone del governo meglio utilizzarono le parole del potere per orientare non solo la cultura italiana, ma anche quella Europea.

Furono due filosofi risorgimentali, di quell’Italia fatta geograficamente ma ancora da costruire nel pensiero degli italiani, che estesero la loro politica-culturale a tutti i settori dell’attività sociale. Latora dopo una magistrale descrizione del pensiero dei due filosofi opera un confronto sull’atteggiamento tenuto dal filosofo tedesco Heidegger verso il nazismo e da Gentile verso il fascismo e conclude col provare non poco rammarico di fronte al fatto che personalità di tale spessore culturale e scientifico non abbiano saputo riconoscere il “volto demoniaco delle dittature” dell’epoca, forse per un mancato adeguamento dell’etica della convinzione all’etica della responsabilità.

Dedica al suo maestro La Via il capitolo intitolato:”La filosofia nella tradizione si rinnova”, dove fluisce con un filosofare rivolto al realismo Laviano, che criticamente ridefinisce superando l’idealismo attualistico di Giovanni Gentile, laddove lo stesso si indirizza verso forme soggettiviste senza tener conto delle istanze realiste, che rappresentano il segno portante della tesi Laviana su “La speculazione filosofico – religiosa nella cultura europea” in Teoresi,1958.

Introduce il capitolo quarto con “Le interpretazioni e le aporie del Nichilismo”, partendo dal pensiero Laviano e sviluppando un percorso critico di valutazione del pensiero di Gianni Vattimo, di Emanuele Severino, di Giovanni Cacciari, di Luigi Sturzo e di Franco Volpe. Mette in evidenza come l’universo nichilista abbia permesso alla filosofia cristiana di affinare le sue armi speculative per proporsi anche nelle riflessioni di Pietro Prini con i trattati filosofici sull’“Esistenzialismo, Nuova ontologia e Filosofia cattolica”, dove al centro vi è la riconducibilità dell’uomo al sacro.

Dopo aver dissertato sulle ricerche filosofiche di Wittgenstein, tratta delle teorie evoluzioniste di Darwin, fino a disquisire finemente dell’“ontologia della libertà” di Pereyson come filosofia dell’affermazione. E’ nel settimo capitolo che la critica filosofica di Latora si trasferisce dal campo dell’indagine a quella applicativa nella branca dell’educazione e della politica, prendendo come chiave di lettura la pedagogia di Antonio Rosmini e la sua proiezione, in politica, con l’immensa opera di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano. La passione per il pensiero Sturziano rivela quell’ethos, già manifestato in età giovanile nella sala consiliare del municipio di Regalbuto. Latora, sorretto anche dal pensiero dell’ex pro-sindaco della città, discepolo di L. Sturzo, quale fu Don Giuseppe Campione, perseguitato e costretto a rifugiarsi nelle catacombe romane, svolse lodevole opera di persuasione e impegno politico in quel dopo-guerra ancora caldo e rovente manifestando, oggi come allora, quel lògos immutato, con una danza di pensieri che evidenziano il ricco nutrimento dal quale ha attinto il suo intelletto.

Prosegue nel capitolo nono con l’estetica come filosofia del bello, dell’arte, della poesia, della letteratura e della musica, evidenziando il rapporto tra filosofia e teologia, che affronta in modo delicato senza mortificare le ragioni del credere e senza venir meno al rigore filosofico che accompagna tutta la sua ricerca. Si muove con finezza anche quando usa gli occhi del fauvismo Matissiano per scrutare sulla vivezza dei colori e delle forme nelle opere di Nicolò Montalto, che respinge l’aspetto naturale e rigoroso delle figure dei soggetti rappresentati e fissa invece l’attenzione sul luogo sempre uguale, cioè “la casa”, “nido di felicità” all’interno del quale, di volta in volta, appaiono le figure artistiche. Per l’A. quel luogo è sensazionale espressione della gioia del vivere, il focolare domestico, appunto, quale sito presente nel pensiero dell’uomo, come micro formazione sociale, all’interno del quale nascono e crescono i valori della famiglia. Questo pensiero si pone quale variante siciliana del post-impressionismo, da ricercarsi nel legame verso la famiglia, consolidato nelle tradizioni della Sicilia e di tutto il meridione.

Concludendo, nell’opera complessa del Latora si evidenzia un imponente lavoro di ricerca finalizzata a far luce sulla tragicità della condizione umana, pur mantenendo un rigoroso equilibrio fra le ragioni della filosofia e quelle sentimentali, che in ultimo soddisfano quel desiderio di rivalutazione del pensiero popolare (Sturziano), il pensiero e i bisogni dei deboli elevati a dignità politica e morale, quale messaggio unificante rivolto ai giovani dei più disparati filoni del pensiero filosofico. “Se cambia la musica, cambieranno anche le istituzioni più importanti”, diceva Platone, mentre Latora aggiunge “siccome la fede e la ragione hanno un’ala ciascuna”, bisognerebbe tenerle vicine per farle volare in alto.

di Franco Santangelo

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